Siena
SIENA: LA STORIA
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La leggenda narra che Siena fu fondata da Senio ed Ascanio, figli di Remo, famoso fratello di Romolo, col quale fondò Roma. Statue della lupa che nutre i due gemelli sono sparse per tutta Siena, ma senza un fondamento storico! Invece è certo che i Romani vi avessero stabilito nel 30 d.C. un avamposto di nome Siena, che si sviluppò negli anni a seguire in un piccolo centro di scambi commerciali.
I Lombardi arrivarono nel secolo VI d.C. ed in seguito anche i Franchi governarono la città. Furono svolti grandi lavori, tra i quali il più importante fu la realizzazione della Via Francigena, la strada che collegava Roma alla Francia, percorsa da pellegrini e viandanti; questo aumentò notevolmente l'importanza commerciale di Siena. In quel periodo anche la Chiesa era attivamente coinvolta nel governo della città, in particolare tra i secoli IX e XI, dopo i quali i Senesi reclamarono il loro diritto a governare ed amministrare la loro città.
Alla fine del secolo XII il Comune ottenne il privilegio di poter battere una proprio moneta attraverso il Bulgaro (la zecca) ed è evidente come questa possibilità riflettesse il forte incremento verificatosi nelle attività finanziarie e commerciali e come ne stimolasse l’ulteriore crescita. Non a caso è questa l’epoca in cui molte potenti famiglie, più o meno recentemente inurbate, si faranno edificare sontuosi palazzi e arcigni castellari, ma anche quando il Comune inizia a costruire le fonti e gli acquedotti. Comincia in questi anni anche la consuetudine di costringere i signori delle terre e dei castelli a recare doni in segno di sottomissione alla Madonna, protettrice di Siena, in occasione della ricorrenza dell’Assunta, cerimonia che assumerà viva importanza nel tempo e da cui trarrà origine la corsa del Palio.
Il Comune andava quindi assumendo una sua precisa configurazione e alla cariche pubbliche, finora esclusivo appannaggio dei nobili, incominciarono ad accedere anche i cosiddetti “popolani”, ma per lo più quelli dediti al commercio e alle attività finanziarie. I senesi aderivano, comunque, prevalentemente alla parte ghibellina, mentre i non rari guelfi erano, come tutti gli antagonisti politici, perseguitati e banditi. Lo schierarsi di Siena senza riserve nello scacchiere ghibellino, fu uno dei principali elementi che, dopo decenni e decenni di battaglie piccole e grandi, portò a quello che poteva rappresentare lo scontro finale con Firenze: la geniale e fortunata battaglia di Montaperti. L’esito straordinario di Montaperti non schiuse comunque per Siena le prospettive di sviluppo che ci si poteva attendere. Forte permaneva la situazione di svantaggio economico rispetto principalmente a Firenze.
Ma più di tutto incise il generale crollo della parte imperiale che travolse anche il governo senese, anche se quello che si verificò dopo il 1276 a Siena fu soprattutto uno scontro che oppose la classe nobile a quella borghese, per il controllo dei mercati finanziari e per la gestione del potere amministrativo. Il risultato tornò decisamente a favore della classe media che diede vita al celebrato governo dei Nove, la magistratura che dal 1287 al 1355 doveva reggere le sorti di Siena, quindi la più longeva la più intraprendente, dal momento che sotto di essa furono acquisite vaste porzioni del territorio circostante e edificati i monumenti più importanti della città come il Palazzo Pubblico e la stessa Piazza del Campo. Questa epoca di stabilità politica e di relativa salute economica fu bruscamente interrotta dalla peste del 1348 , un evento terrificante che ridusse la popolazione senese da circa 50.000 abitanti a poco più di 10.000 e che interruppe alcune iniziative di cospicui impegno come la costruzione del “Duomo nuovo” che, secondo le ambizione dei senesi, doveva divenire il tempio più maestoso di tutta la cristianità.
Queste funeste circostanze e una strisciante crisi economica dovuta al disinteresse del regime nei confronti dei ceti produttivi a tutto vantaggio del settore intermediario, che non a caso, era quasi a totale appannaggio dei Nove e delle loro famiglie, causarono un brusco cambiamento del governo. Ne derivò anche l’inizio di un periodo di forte conflittualità sociale che ebbe il suo apice nella rivolta dei lanaioli della Contrada del Bruco che nel 1371, capeggiati dal popolano Barbicane, arrivarono addirittura ad estromettere, sia pure per pochi giorni, i governanti. Si pervenne quindi alla decisione di dar vita a un governo di coalizione in cui fossero rappresentati gli interessi dei vari ceti sociali, che nel frattempo si erano organizzati nei Monti, una sorta di partiti politici, a cui i Senesi erano pressoché obbligati ad aderire, risultando l’appartenenza ad un determinato Monte uno degli aspetti costitutivi della cittadinanza. La propensione alla ricerca di una auspicata pace sociale, portò anche ad una maggiore disponibilità nei confronti dei nobili, cui furono concessi maggiori poteri, specialmente nella gestione dei castelli del territorio. Tutto il Quattrocento, in definitiva, fu contraddistinto da una decisa volontà di affermazione di numerose grandi famiglie e da un acuto stato di litigiosità tra di esse, che si trasferiva poi in un uguale disamore esistente fra i Monti, di cui le stesse famiglie facevano necessariamente parte.
Tutto ciò evidentemente causava una forte instabilità politica, anche a fronte della crescente minaccia di una Repubblica fiorentina in grande espansione e, purtroppo, di una recessione economica in costante agguato. Fu agevole per uno statista del calibro di Pandolfo Petrucci inserirsi prepotentemente in questa situazione disgregata e gestire un potere pressoché esclusivo per oltre dieci anni ,fino al 1512. Pandolfo fu allo stesso tempo abile e feroce, meritandosi i vivi complimenti del Machiavelli che lo considerava un “principe” ideale. I discendenti di Pandolfo pagarono invece lo scotto delle fortune del padre e furono subito osteggiati e prontamente rimossi dal governo. Si aprì in questo momento una fase assai complicata, non derivante soltanto dalla consueta litigiosità dei senesi quando dovuta alle circostanze internazionali. Nel gioco delle grandi potenze, infatti, Siena era divenuta una pedina da collocare immediatamente a posto, indipendentemente dalla sua volontà. Un primo agguerrito colpo di mano fu tentato nel 1526 dai fiorentini appoggiati dall’esercito di papa Clemente VII, ma l’assedio che doveva costringere la città a capitolare, diede piuttosto ai senesi quella forza e quell’unità, a lungo smarrita nelle faide interne, che trasformarono la sortita di Camollia in uno dei più luminosi episodi di eroico valore di cui è costellata la storia della città. I senesi si appoggiarono in questi anni alla Spagna di Carlo V, un amico sincero di Siena. Ma la protezione degli spagnoli si fece via via più asfissiante e minacciosa, fino a trascendere, con l’arrivo del nuovo famigerato governatore Don Diego Hurtado de Mendoza nel 1547, in un totale controllo della vita politica senese, anche attraverso l’erezione di una minacciosa fortezza. La rozza crudeltà degli occupanti, ispiratrice di una vasta aneddotica popolare, fu di certo la causa scatenante della rivolta con la quale, nel 1552, i senesi cacciarono gli spagnoli, abbattendo la fortezza, tetro simbolo del loro dispotismo. Rientrò a questo punto in gioco (se mai ne era uscito) Cosimo I, duca di Firenze. Egli aveva ridotto in suo possesso gran parte della Toscana e l’antico Stato senese, ricco e civile, gli faceva evidentemente gola. Siena inoltre era diventata l’unico centro sicuro di accoglienza dei fuoriusciti fiorentini, tutti acerrimi nemici di casa Medici e suoi potenziali insediatori. Firenze quindi mosse guerra a Siena, dando origine all’agonia di una Repubblica che seppe trarre dalla consapevolezza del suo antico ruolo la forza per condurre a lungo una guerra impari e disperata ma ugualmente esaltante, conclusasi in modo sfavorevole non tanto per quello che accadeva sui campi di battaglia e sotto le mura assediate, ma piuttosto per i modificati equilibri politici europei e per quanto si andava decidendo a livello diplomatico internazionale.
Una volta conclusa vittoriosamente la “guerra di Siena”, la Casa medicea ebbe l’intelligenza di governarla con una certa elasticità. I granduchi lasciarono infatti, almeno nominalmente, il potere in mano al governo dei Monti senesi, affiancandogli un governatore per il quale costruirono una nuova sede: il Palazzo della Signoria, in piazza del Campo, antico e altissimo simbolo delle libertà comunali e della stessa storia della città. Il disastroso esito dell’ultima guerra senese coincise con l’inizio della fase discendente di una parabola storica che aveva sin lì raggiunto vette di luminosa altezza. Pur mantenendo una sua dignitosa fisionomia, a Siena non rimase che coltivare i ricordi di un passato glorioso, principalmente con l’evolversi verso le forme attuali del Palio delle Contrade, che è proprio la più significativa e partecipata celebrazione della complessa vicenda storica di Siena. Delle antiche tradizioni mercantili non sopravvisse infatti nulla e la pur fondamentale istituzione bancaria del Monte dei Paschi, importante erede dei banchieri medievali, operava in ambito solamente territoriale. Nel XVII e nel XVIII secolo Siena poteva quindi paragonarsi a una sorta di “bella addormentata”. Ai sempre più numerosi viaggiatori che la raggiungevano, attratti dalle suggestioni della sua storia e dalla fama dei suoi monumenti grandiosi, si presentava una città deserta e ormai lontanissima dai fasti medievali, anche se rimaneva abbastanza vivace, soprattutto attorno all’attività dell’antica Università e delle Accademie di origine cinquecentesca, una peculiare vita culturale.
Si dovrà comunque attendere l’Unità d’Italia per assistere ad una sostanziale rinascita di Siena, che adendo per prima in Toscana al Regno dei Savoia, si inserì vigorosamente nella nuova realtà nazionale, forte, oltre che del suo passato, di una situazione manifatturiera abbastanza efficace e di una scuola artistica fedele ai canoni un po’ rétrò del Purismo ma assai appezzata al tempo. Nel secolo attuale, e particolarmente in questo dopoguerra, Siena non è stata agevolata dalle scelte nazionali che l’hanno talvolta emarginata rispetto alle principali direttrici delle vie di comunicazione e dello sviluppo. Essa ha comunque saputo mantenere le sue caratteristiche originali e il suo raro tessuto civile, qualificandosi per questo tra le mete più ambite dai visitatori.
I Lombardi arrivarono nel secolo VI d.C. ed in seguito anche i Franchi governarono la città. Furono svolti grandi lavori, tra i quali il più importante fu la realizzazione della Via Francigena, la strada che collegava Roma alla Francia, percorsa da pellegrini e viandanti; questo aumentò notevolmente l'importanza commerciale di Siena. In quel periodo anche la Chiesa era attivamente coinvolta nel governo della città, in particolare tra i secoli IX e XI, dopo i quali i Senesi reclamarono il loro diritto a governare ed amministrare la loro città.
Alla fine del secolo XII il Comune ottenne il privilegio di poter battere una proprio moneta attraverso il Bulgaro (la zecca) ed è evidente come questa possibilità riflettesse il forte incremento verificatosi nelle attività finanziarie e commerciali e come ne stimolasse l’ulteriore crescita. Non a caso è questa l’epoca in cui molte potenti famiglie, più o meno recentemente inurbate, si faranno edificare sontuosi palazzi e arcigni castellari, ma anche quando il Comune inizia a costruire le fonti e gli acquedotti. Comincia in questi anni anche la consuetudine di costringere i signori delle terre e dei castelli a recare doni in segno di sottomissione alla Madonna, protettrice di Siena, in occasione della ricorrenza dell’Assunta, cerimonia che assumerà viva importanza nel tempo e da cui trarrà origine la corsa del Palio.
Il Comune andava quindi assumendo una sua precisa configurazione e alla cariche pubbliche, finora esclusivo appannaggio dei nobili, incominciarono ad accedere anche i cosiddetti “popolani”, ma per lo più quelli dediti al commercio e alle attività finanziarie. I senesi aderivano, comunque, prevalentemente alla parte ghibellina, mentre i non rari guelfi erano, come tutti gli antagonisti politici, perseguitati e banditi. Lo schierarsi di Siena senza riserve nello scacchiere ghibellino, fu uno dei principali elementi che, dopo decenni e decenni di battaglie piccole e grandi, portò a quello che poteva rappresentare lo scontro finale con Firenze: la geniale e fortunata battaglia di Montaperti. L’esito straordinario di Montaperti non schiuse comunque per Siena le prospettive di sviluppo che ci si poteva attendere. Forte permaneva la situazione di svantaggio economico rispetto principalmente a Firenze.
Ma più di tutto incise il generale crollo della parte imperiale che travolse anche il governo senese, anche se quello che si verificò dopo il 1276 a Siena fu soprattutto uno scontro che oppose la classe nobile a quella borghese, per il controllo dei mercati finanziari e per la gestione del potere amministrativo. Il risultato tornò decisamente a favore della classe media che diede vita al celebrato governo dei Nove, la magistratura che dal 1287 al 1355 doveva reggere le sorti di Siena, quindi la più longeva la più intraprendente, dal momento che sotto di essa furono acquisite vaste porzioni del territorio circostante e edificati i monumenti più importanti della città come il Palazzo Pubblico e la stessa Piazza del Campo. Questa epoca di stabilità politica e di relativa salute economica fu bruscamente interrotta dalla peste del 1348 , un evento terrificante che ridusse la popolazione senese da circa 50.000 abitanti a poco più di 10.000 e che interruppe alcune iniziative di cospicui impegno come la costruzione del “Duomo nuovo” che, secondo le ambizione dei senesi, doveva divenire il tempio più maestoso di tutta la cristianità.
Queste funeste circostanze e una strisciante crisi economica dovuta al disinteresse del regime nei confronti dei ceti produttivi a tutto vantaggio del settore intermediario, che non a caso, era quasi a totale appannaggio dei Nove e delle loro famiglie, causarono un brusco cambiamento del governo. Ne derivò anche l’inizio di un periodo di forte conflittualità sociale che ebbe il suo apice nella rivolta dei lanaioli della Contrada del Bruco che nel 1371, capeggiati dal popolano Barbicane, arrivarono addirittura ad estromettere, sia pure per pochi giorni, i governanti. Si pervenne quindi alla decisione di dar vita a un governo di coalizione in cui fossero rappresentati gli interessi dei vari ceti sociali, che nel frattempo si erano organizzati nei Monti, una sorta di partiti politici, a cui i Senesi erano pressoché obbligati ad aderire, risultando l’appartenenza ad un determinato Monte uno degli aspetti costitutivi della cittadinanza. La propensione alla ricerca di una auspicata pace sociale, portò anche ad una maggiore disponibilità nei confronti dei nobili, cui furono concessi maggiori poteri, specialmente nella gestione dei castelli del territorio. Tutto il Quattrocento, in definitiva, fu contraddistinto da una decisa volontà di affermazione di numerose grandi famiglie e da un acuto stato di litigiosità tra di esse, che si trasferiva poi in un uguale disamore esistente fra i Monti, di cui le stesse famiglie facevano necessariamente parte.
Tutto ciò evidentemente causava una forte instabilità politica, anche a fronte della crescente minaccia di una Repubblica fiorentina in grande espansione e, purtroppo, di una recessione economica in costante agguato. Fu agevole per uno statista del calibro di Pandolfo Petrucci inserirsi prepotentemente in questa situazione disgregata e gestire un potere pressoché esclusivo per oltre dieci anni ,fino al 1512. Pandolfo fu allo stesso tempo abile e feroce, meritandosi i vivi complimenti del Machiavelli che lo considerava un “principe” ideale. I discendenti di Pandolfo pagarono invece lo scotto delle fortune del padre e furono subito osteggiati e prontamente rimossi dal governo. Si aprì in questo momento una fase assai complicata, non derivante soltanto dalla consueta litigiosità dei senesi quando dovuta alle circostanze internazionali. Nel gioco delle grandi potenze, infatti, Siena era divenuta una pedina da collocare immediatamente a posto, indipendentemente dalla sua volontà. Un primo agguerrito colpo di mano fu tentato nel 1526 dai fiorentini appoggiati dall’esercito di papa Clemente VII, ma l’assedio che doveva costringere la città a capitolare, diede piuttosto ai senesi quella forza e quell’unità, a lungo smarrita nelle faide interne, che trasformarono la sortita di Camollia in uno dei più luminosi episodi di eroico valore di cui è costellata la storia della città. I senesi si appoggiarono in questi anni alla Spagna di Carlo V, un amico sincero di Siena. Ma la protezione degli spagnoli si fece via via più asfissiante e minacciosa, fino a trascendere, con l’arrivo del nuovo famigerato governatore Don Diego Hurtado de Mendoza nel 1547, in un totale controllo della vita politica senese, anche attraverso l’erezione di una minacciosa fortezza. La rozza crudeltà degli occupanti, ispiratrice di una vasta aneddotica popolare, fu di certo la causa scatenante della rivolta con la quale, nel 1552, i senesi cacciarono gli spagnoli, abbattendo la fortezza, tetro simbolo del loro dispotismo. Rientrò a questo punto in gioco (se mai ne era uscito) Cosimo I, duca di Firenze. Egli aveva ridotto in suo possesso gran parte della Toscana e l’antico Stato senese, ricco e civile, gli faceva evidentemente gola. Siena inoltre era diventata l’unico centro sicuro di accoglienza dei fuoriusciti fiorentini, tutti acerrimi nemici di casa Medici e suoi potenziali insediatori. Firenze quindi mosse guerra a Siena, dando origine all’agonia di una Repubblica che seppe trarre dalla consapevolezza del suo antico ruolo la forza per condurre a lungo una guerra impari e disperata ma ugualmente esaltante, conclusasi in modo sfavorevole non tanto per quello che accadeva sui campi di battaglia e sotto le mura assediate, ma piuttosto per i modificati equilibri politici europei e per quanto si andava decidendo a livello diplomatico internazionale.
Una volta conclusa vittoriosamente la “guerra di Siena”, la Casa medicea ebbe l’intelligenza di governarla con una certa elasticità. I granduchi lasciarono infatti, almeno nominalmente, il potere in mano al governo dei Monti senesi, affiancandogli un governatore per il quale costruirono una nuova sede: il Palazzo della Signoria, in piazza del Campo, antico e altissimo simbolo delle libertà comunali e della stessa storia della città. Il disastroso esito dell’ultima guerra senese coincise con l’inizio della fase discendente di una parabola storica che aveva sin lì raggiunto vette di luminosa altezza. Pur mantenendo una sua dignitosa fisionomia, a Siena non rimase che coltivare i ricordi di un passato glorioso, principalmente con l’evolversi verso le forme attuali del Palio delle Contrade, che è proprio la più significativa e partecipata celebrazione della complessa vicenda storica di Siena. Delle antiche tradizioni mercantili non sopravvisse infatti nulla e la pur fondamentale istituzione bancaria del Monte dei Paschi, importante erede dei banchieri medievali, operava in ambito solamente territoriale. Nel XVII e nel XVIII secolo Siena poteva quindi paragonarsi a una sorta di “bella addormentata”. Ai sempre più numerosi viaggiatori che la raggiungevano, attratti dalle suggestioni della sua storia e dalla fama dei suoi monumenti grandiosi, si presentava una città deserta e ormai lontanissima dai fasti medievali, anche se rimaneva abbastanza vivace, soprattutto attorno all’attività dell’antica Università e delle Accademie di origine cinquecentesca, una peculiare vita culturale.
Si dovrà comunque attendere l’Unità d’Italia per assistere ad una sostanziale rinascita di Siena, che adendo per prima in Toscana al Regno dei Savoia, si inserì vigorosamente nella nuova realtà nazionale, forte, oltre che del suo passato, di una situazione manifatturiera abbastanza efficace e di una scuola artistica fedele ai canoni un po’ rétrò del Purismo ma assai appezzata al tempo. Nel secolo attuale, e particolarmente in questo dopoguerra, Siena non è stata agevolata dalle scelte nazionali che l’hanno talvolta emarginata rispetto alle principali direttrici delle vie di comunicazione e dello sviluppo. Essa ha comunque saputo mantenere le sue caratteristiche originali e il suo raro tessuto civile, qualificandosi per questo tra le mete più ambite dai visitatori.





